PROGETTO EDITORIALE

Notoriamente è Platone, nel Teeteto, a indicare nel pathos della meraviglia il principio primo, l’arche della filosofia: «È proprio tipico del vero filosofo provare questo pathos, la meraviglia. Infatti non c’è altro principio [arche] della filosofia che questo, e chi disse [cioè Esiodo] che Iris fu generata da Taumante [il dio della meraviglia], non sembra essersi sbagliato a stabilire la genealogia» (Teaet., 155 d). Iris (poi latinizzata in Iride) è l’arcobaleno che per Platone mette eroticamente in comunicazione terra e cielo e rappresenta la situazione atopica dell’umano. Iris incarna dunque la filosofia. Riprendendo la genealogia che fa discendere Iris da Taumante, Platone vuole sottolineare che al di fuori della meraviglia (Taumante) non c’è altro padre (principio) che possa generare la filosofia. Ma di quale meraviglia si tratta?

Innanzitutto è una meraviglia che provoca le vertigini. È quello che nota Teeteto stesso: «In verità, o Socrate, se penso a queste cose io mi trovo straordinariamente pieno di meraviglia; e talora, se mi ci fisso a guardarle, realmente, ho le vertigini» (Theaet., 155c). Chi prova meraviglia vive in una realtà intermedia fra il topos della chiusura ambientale, in cui l’animale rimane stordito, e il topos dell’Olimpo dove vivono gli dei dotati di perfezione e di sophia. Invece l’essere atopico ha le vertigini perché è un essere instabile, che non ha la terra sotto i piedi: non è infatti radicato nel terreno, come le altre piante terrestri, ma è appeso in aria per i capelli.

In secondo luogo la meraviglia che destabilizza e provoca vertigini non è l’arche d’un incantamento, neppure il morso di un veleno narcotizzante. È piuttosto il pathos di chi improvvisamente si ridesta da un’infatuazione e coglie da una diversa prospettiva, e quindi con sorpresa, ciò che lo circonda. La meraviglia diventerebbe un narcotico solo se diventasse stupimento di fronte al miracolo che finge di trasgredire le leggi fisiche o fuga in un aldilà ultraterreno o sottomissione acritica a un kosmos noetos, non se incrina l’ovvietà dei dispositivi del senso comune in cui viviamo immersi fin dalla nascita. In tale ridestamento si guarderebbero le stesse cose di prima, ma con occhio nuovo, riuscendo a provare un sentimento di sorpresa anche verso ciò che prima appariva scontato. Anzi, in alcuni casi, si riuscirebbe a provar meraviglia perfino verso ciò che prima appariva massimamente evidente e banale: la propria esistenza. Forse è in questo senso che la meraviglia può diventare l’esperienza generatrice di una filosofia intesa come esercizio di trasformazione: meravigliarsi della propria esistenza significa compiere il primo passo dell’imparare a vivere, cioè imparare a viversi non come qualcosa di ovvio e banale, ma come una sorpresa.

La meraviglia non è pertanto un’esperienza puramente intellettuale. Sembra banale dirlo, ma capire qualcosa e vivere qualcosa sono due cose profondamente diverse. Eppure spesso chi fa filosofia pensa che sia sufficiente una comprensione erudita di questo passo del Teeteto. Forse invece fra le sue pieghe è nascosta una richiesta molto più impegnativa e concreta. Il “provare” in prima persona un pathos di tipo particolare: l’essere pieni di una meraviglia non instupidente e paga di sé, ma di quella meraviglia che provoca le vertigini a Teeteto e che, destabilizzandolo atopicamente, diventa maieuticamente generatrice, cioè arche della filosofia. Non solo quindi la mera comprensione del significato di tale passo, ma il “provare” direttamente quel particolare pathos che in esso è descritto. In questo caso quel passo diventerebbe una annunciazione, cioè una comunicazione che destabilizza e trasforma.

L’intenzione che anima il progetto culturale, da cui sono nate la rivista e la sua collana editoriale, vuole essere innanzitutto quella di promuovere una riflessione non riduzionistica sulla condizione umana, offrendo un libero spazio di discussione critica sui temi di una filosofia vissuta come esercizio di ridestamento e di trasformazione. Questo implica la capacità di spostare lo sguardo verso la periferia, cioè anche verso tematiche e autori che negli ultimi decenni erano rimasti al margine del dibattito filosofico o venivano guardati con sospetto. Per far questo la soluzione più feconda è quella di caratterizzare la rivista anche attraverso un dialogo fra esperti della filosofia antica, moderna e contemporanea.

Guido Cusinato